Uno spazio di ascolto e riflessione per comprendere meglio ciò che stai vivendo e affrontare con maggiore consapevolezza le difficoltà della vita quotidiana.
Uno spazio dedicato ai ragazzi per esprimere emozioni, comprendere meglio le difficoltà e affrontare con maggiore serenità i cambiamenti dell’adolescenza.
Uno spazio di confronto per comprendere le difficoltà della relazione e ricercare, con consapevolezza, un nuovo equilibrio
Uno spazio di supporto per accogliere emozioni e affrontare con maggiore consapevolezza il periodo che guida la ricerca e la nascita di un figlio.
Uno spazio di confronto per comprendere meglio i bisogni dei figli e affrontare con maggiore serenità le sfide della crescita e della relazione educativa.
Se senti il bisogno di uno spazio di ascolto e confronto, possiamo parlarne insieme.
Un primo colloquio può essere l’occasione per comprendere meglio la tua situazione e valutare il percorso più adatto.
Attraverso il dialogo e il lavoro terapeutico è possibile comprendere meglio il legame tra pensieri, emozioni e comportamenti, sviluppando nuove modalità di affrontare le situazioni che creano disagio.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio cognitivo-comportamentale, un metodo che unisce riflessione e strumenti pratici. Il percorso terapeutico aiuta a riconoscere i propri schemi di funzionamento, a sviluppare maggiore consapevolezza e a costruire cambiamenti concreti nella vita quotidiana.
L’obiettivo non è solo affrontare le difficoltà del momento, ma favorire una maggiore autonomia e un equilibrio più stabile nel tempo.
Iniziare un percorso di psicoterapia può essere utile quando si sente che si ha un problema o una difficoltà che non si è in grado di gestire da soli.
Capita che le persone arrivino in terapia per un chiaro sintomo o disturbo che non le fa stare bene (come ad esempio gli attacchi di panico, o il tono dell’umore molto basso) e che cerchino un sollievo, o una cura rispetto a questo; può succedere invece che una persona arrivi in terapia per una difficoltà più legata alla vita quotidiana, come ad esempio il fatto di faticare a crearsi una situazione lavorativa soddisfacente o delle relazioni percepite come sane, significative e soddisfacenti; capita infine che una persona arrivi con una fatica più legata ad un vissuto esistenziale, come per esempio la fatica ad accettare l’invecchiamento oppure l’errante ricerca del proprio posto nel mondo.
In tutti questi casi, ciò che è certo, è che prima di arrivare nel mio studio, ovvero prima di arrivare alla scelta di contattare un professionista, ognuno ha provato – senza successo, o con parziale successo – ad uscire da solo dalla situazione delicata in cui si trova.
Ma non sempre da soli ci bastiamo. E allora può essere utile iniziare un percorso di psicoterapia: perché il professionista che scegliamo può darci un punto di vista esterno sulle cose, ma anche perché è una persona che ha studiato anni (diversamente, per esempio, da un amico o da un’amica) e quindi dovrebbe essere in possesso di strumenti efficaci per aiutarci a districarci nella situazione difficile in cui ci troviamo in quel momento.
Tutto questo vale, in linea di massima anche per le coppie. In genere contattano un professionista e formulano una richiesta di aiuto dopo aver già da soli percorso varie strade con risultati non del tutto (o per nulla) soddisfacenti. Possono trovarsi in un momento di crisi che mette in discussione la relazione, e vogliono capire se ci siano i presupposti per proseguire la propria strada insieme o meno: in questo caso, l’esito della terapia di coppia può essere tanto quello di ritrovare una motivazione e un equilibrio insieme, quanto il raggiungimento della consapevolezza che sia più sano (per quanto doloroso) lasciarsi. Altre volte le coppie invece vengono più che altro con una difficoltà da superare, come la gestione dei conflitti, la mancanza di comunicazione, oppure un distacco nell’intimità e nella fisicità. Allora può essere utile iniziare un percorso insieme che fornisca strumenti concreti nel cooperare per il superamento della difficoltà in questione.
Il primo colloquio è, tra tutti, probabilmente il più particolare e delicato.
In questa occasione, generalmente cerco di capire insieme al paziente cosa lo abbia portato da me proprio in quel momento della sua vita, e di ricostruire quali sia stato il percorso che lo ha portato a formulare una richiesta di supporto.
Alcune persone iniziano a parlare a fiume e piangere ininterrottamente per un’ora, e questo va bene. Altre persone arrivano con un focus o, i più precisi, con un elenco di difficoltà che sentono il bisogno di essere aiutati a superare; anche questo va bene.
In ogni caso, quel che cerco di fare in questa fase, è innanzitutto di lasciare spazio alla persona di aprirsi e di creare, anche, uno spazio dove possa aprirsi; cerco di dare un supporto attivo nel costruire insieme una linea che tracci quali siano le difficoltà che fa fatica a superare in quel momento e su cui sente di necessitare dell’aiuto di un professionista; se siamo fortunati riusciamo anche ad accennare una prima idea di quali potrebbero essere gli obiettivi di un eventuale percorso di psicoterapia insieme.
L’ultima parte del colloquio è solitamente dedicata a uno spazio per eventuali domande che il paziente rivolge a me, chiarimento degli aspetti più organizzativi/amministrativi/burocratici del percorso (come ad esempio tempi e modalità di fatturazione, tempi e modalità degli appuntamenti che si prenderanno …) e infine richiesta di un feedback a caldo rispetto al nostro incontro, al netto delle aspettative con cui la persona si presentava nel mio studio quel giorno.
Ciò che suggerisco di fare quando si prende contatto con me per un primo appuntamento, è di iniziare da subito a chiedersi: “quale è il cambiamento che mi piacerebbe raggiungere con questo percorso?”. Questo potrebbe essere utile per avere da subito degli elementi su cui basare le prime riflessioni e, in seguito, la definizione degli obiettivi.
Questa è, tra tutte, la domanda che mi viene posta più frequentemente ma a cui, al tempo stesso, è più difficile rispondere.
Il percorso di psicoterapia non ha una durata standard e, laddove anche si potrebbe fare una previsione, ogni paziente è a sé, ogni storia è a sé, siamo tutti incredibilmente differenti e questo rende ogni percorso di psicoterapia unico.
Cito un esempio, per semplificare: il protocollo cognitivo – comportamentale per il trattamento degli attacchi di panico prevede un numero di sedute variabile tra le 8 e le 20; prevedendo una frequenza settimanale (consigliata) questo implica che il percorso di psicoterapia di un paziente che presenta attacchi di panico potrebbe essere tra i due e i cinque mesi. Già di per sé questo dato indica una grande variabilità. Ma non è tutto: a questa variabilità aggiungiamo il fatto che, una volta andato in remissione il disturbo, il paziente potrebbe sentire il desiderio di approfondire le cause del suo sintomo e voler lavorare su aspetti più profondi; oppure nel frattempo possono essere sopraggiunte ulteriori difficoltà che necessitano di altro lavoro. Insomma, raggiunto un obiettivo, se ne potrebbe aggiungere un altro, e questo introduce ulteriore variabilità nonché prolunga inevitabilmente la durata del percorso.
Tutto questo per illustrare la complessità della domanda così come viene lecitamente posta. Nel tentativo di rispondere, darei alcune linee guida di massima: un percorso di psicoterapia individuale dura un minimo di due mesi (dato che ci suggerisce la ricerca, a cui però si aggiunge anche la mia esperienza clinica: in effetti, otto sedute è il percorso più breve che io abbia terminato con successo), un massimo di qualche anno per persone che scelgono liberamente di proseguire per approfondire alcuni aspetti o seguendo il flusso delle cose che accadono nella vita e che si desidera affrontare accompagnati da un professionista di fiducia, magari dilatando le sedute. Mediamente (dato che si basa, di nuovo, sia sulla ricerca che sulla mia esperienza clinica), i pazienti traggono comunque tangibile beneficio su un percorso che dura dai quattro ai sei mesi. Ciò che mi pare sempre importante sottolineare, è che insieme si decidono gli obiettivi, insieme si decide la rotta verso cui andare, insieme si verificano successi o criticità del percorso stabilendone la cadenza e la sensatezza o meno della prosecuzione.
Specifico, infine, che i percorsi dedicati alle coppie ed anche agli adolescenti sono tendenzialmente più brevi. Nella coppia, sono implicate due persone, con scambi dinamici tra di loro. Questo, rispetto alla terapia individuale, rende tutto più veloce. Le cose si muovono più in fretta, e gli effetti del lavoro insieme si vedono più in fretta. Anche i percorsi con i ragazzi sono in genere relativamente brevi: la loro personalità non è ancora del tutto formata, e dunque risulta più facile attuare un cambiamento, i loro schemi sono più plastici, e i problemi in genere non ancora cronicizzati.
La frequenza consigliata nei rapporti individuali è, almeno inizialmente, di un incontro a settimana, con l’idea di dilazionare appena il paziente stia meglio con una cadenza bisettimanale, per poi prevedere un paio di follow-up mensili e avviarsi verso la conclusione.
Laddove il paziente chiarisca, fin da subito, che sussistono legittimamente difficoltà legate ai tempi, o ai costi, anche vedersi fin dall’inizio ogni dieci giorni (quindi tre volte al mese) oppure ogni due settimane ha senso, sebbene questo allunghi ovviamente i tempi in cui il percorso si rende efficace.
Per la psicoterapia di coppia invece l’indicazione consigliata è di una volta ogni due settimane almeno in una prima fase, per poi eventualmente dilazionare ulteriormente.
Facile, ogni incontro individuale costa 75 euro (che riguardi un adulto, un adolescente, la supervisione clinica…), le consulenze di coppia hanno invece un costo di 90 euro.
Assolutamente sì, il terapeuta è tenuto al segreto professionale; si tratta di un obbligo imposto sia dal codice penale che dal codice deontologico degli psicologi italiani.
La riservatezza non riguarda solo il contenuto delle sedute, ma anche il fatto che un paziente sia in terapia e/o abbia programmato delle sedute.
Sono possibili alcune sommarie deroghe in alcuni casi particolarmente delicati, che passano comunque dalla richiesta di un consenso del paziente.
Ciò che distingue lo psicologo dallo psicoterapeuta è, innanzitutto, la frequentazione o meno della scuola quadriennale di psicoterapia. Ovvero, prima mi laureo in psicologia e supero l’esame di stato che mi abilita all’esercizio della professione, dopodiché posso eventualmente scegliere di frequentare o meno la scuola di specializzazione in psicoterapia, che fornisce strumenti e competenze concreti che sono differenti a seconda del tipo di approccio. In Italia, esistono circa venticinque approcci differenti di psicoterapia, tra cui per esempio i più noti: la psicoanalisi, la psicoterapia sistemico-relazionale, la terapia cognitivo – comportamentale, la psicoterapia psicodinamica….
Avendo lo psicologo e lo psicoterapeuta un iter formativo differente, ne consegue che abbiano aree di intervento differenti. Lo psicologo può occuparsi per esempio di prevenzione, ricerca del benessere, supporto in una fase di vita temporaneamente difficile, gestione dello stress … non può però occuparsi di psicopatologia, disturbi psichiatrici, o quesiti clinici che abbiano carattere di gravità e persistenza.
L’approccio cognitivo – comportamentale (termine “ombrello” usato per definire un’ampia gamma di tecniche) è un tipo di psicoterapia che si contraddistingue per alcune salienti caratteristiche:
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